Non ho mai considerato il lavoro come qualcosa d'altro rispetto alla mia vita. Non so se questo sia un bene o un male, ma è così.
Non mi sono mai accontentata di lavorare per vivere, ma allo stesso tempo non vivo per lavorare. Semplicemente, ho cercato di fare nella vita quello che più ritenevo interessante, correggendo la rotta di volta in volta e cambiando strada quando cadevano le motivazioni.
Ho lottato per i miei diritti, a volte con la faccia tosta da giovane rivoluzionaria, altre volte con più diplomazia e pacatezza.
Non mi è mai piaciuto dover dire “sì, signore” e quelle poche volte in cui ho dovuto farlo ancora le sento pungere nello stomaco come spine indigeste.
Ho imparato ad apprezzare i confronti con persone interiormente ricche e a disprezzare la ricchezza senza morale.
Negli anni ho capito di non essere adatta al lavoro fine a se stesso, quello che non vedi l'ora che finisca o al quale non vorresti mai tornare.
Eppure, per seguire la mia idea di lavoro mi sono dovuta buttare nel vuoto, rinunciando a un sacco di cose, ma nulla in confronto al dover sottostare ad un lavoro senza tutele, caratterizzato da sfruttamento e competizione.
In realtà alla fine ho preso una strada forse anche più impervia per certi aspetti, ma su quel sentiero ho potuto seminare sogni, progetti e ambizioni. Una libertà, per me, che val bene una vita.
Ecco, io non lo so quale sia il lavoro giusto, anzi, non credo ce ne sia uno più giusto dell'altro.
Credo però che esista un modo giusto di lavorare, fatto di diritti e doveri, di tutele e rispetto della persona, di professionalità e dedizione.
Il lavoro deve nobilitare l'uomo e migliorarlo sotto qualunque forma egli ritenga di poter essere migliorato, dalla più concreta alla più astratta.
Il lavoro non può sottrarre, ma deve aggiungere qualcosa nelle nostre vite. Solo questo è il lavoro che merita di essere chiamato tale.
In questi giorni assurdi, in cui siamo stati abituati a tenere in sospeso molte cose, teniamo in sospeso anche gli auguri per il Primo Maggio, con la speranza che il lavoro torni presto ad essere una festa, una gioia e un motivo di orgoglio per tutte e tutti.
E non è che prima del virus lo fosse.
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In foto, un momento del mio lavoro. Quanto mi è mancato.
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